«Gesù è la pietra che, scartata da voi costruttori, è diventata pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza». Questo versetto degli Atti degli apostoli ha guidato i giovani nel percorso della Via Crucis, vissuta – a causa del maltempo – nella Cattedrale di San Ciriaco anziché, come da tradizione, sul Monte Conero.
A rendere concreto questo cammino è stato fin dall’inizio un gesto semplice e significativo: all’ingresso, ogni giovane ha ricevuto una pietra da portare con sé lungo tutto il percorso. Una pietra che rappresentava le fragilità, i limiti, le insicurezze, ma anche quei pezzi di vita che spesso si vorrebbero scartare. Stazione dopo stazione, accompagnati dalla Parola, dalle testimonianze e dai gesti, i giovani hanno riscoperto che proprio ciò che sembra fallimento può essere trasfigurato dall’amore di Dio.
Alla fine del percorso, le pietre sono infatti state deposte ai piedi della croce luminosa. Un piccolo gesto simbolico, con cui i giovani hanno affidato a Gesù le loro fragilità e accolto l’invito a diventare pietre vive, lasciandosi trasformare dal suo amore e mettendosi a servizio degli altri.
UN CAMMINO DENTRO LA VITA DEI GIOVANI
La Via Crucis, organizzata dalla Pastorale giovanile insieme alle associazioni e ai movimenti, ha intrecciato in modo profondo il Vangelo con la vita concreta dei ragazzi.
Nella prima stazione, il rinnegamento di Pietro ha messo al centro il tema della fragilità: non è il peccato a bloccare il cammino, ma il non riconoscerlo. Pietro piange, e proprio da quel pianto nasce una possibilità nuova. Un richiamo forte a non avere paura della propria debolezza, ma a viverla come luogo di incontro con Dio.
Nella seconda stazione “Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce”, è stata ascoltata la testimonianza di Elisabetta che ha vissuto un’esperienza nelle periferie di Nairobi, in Kenya, dove ha visitato le baraccapoli e ha incontrato tanti giovani segnati da povertà, solitudine e violenza: «In quelle baraccopoli ho incontrato tanti giovani che portano croci pesantissime. Ho capito che, proprio come Simone di Cirene, anche noi possiamo scegliere se passare oltre o fermarci e aiutarli a portare la croce. Non possiamo cambiare tutto il mondo, ma possiamo camminare accanto a qualcuno, restituire dignità, offrire una possibilità, ricordare a chi soffre che la sua vita ha valore».
Il gesto dei nastri legati alla croce di legno, posta davanti all’altare, ha reso visibile tutto questo. Ogni nastro ha rappresentato una vita, una storia, una croce. Un segno forte per ricordare che nessuno deve portare il proprio peso da solo. Da qui la scelta concreta del gemellaggio della nostra diocesi con la Diocesi di Nyahururu in Kenya: per camminare insieme, condividere il peso e ricordarci che siamo un’unica famiglia. Sarà un percorso che durerà cinque anni con l’obiettivo di costruire un legame vivo, fatto di relazioni, preghiera e sostegno reciproco.
Nella terza stazione, la testimonianza di una giovane, segnata dal bullismo e dalla depressione, ha toccato profondamente i presenti. Un racconto vero, senza filtri, attraversato dal dolore, ma illuminato da una presenza decisiva: quella degli amici incontrati nel movimento Fides Vita. «Poi siete arrivati voi, i miei amici…quelli veri. Mi avete tenuta in vita quando io non avevo più forza. Mi avete salvata, anche senza saperlo. Il vostro amore è stato una barriera contro il mio dolore, una voce più forte di quella che mi diceva di mollare», ha raccontato Sofia. Parole che hanno risuonato con forza nella Cattedrale, ricordando a tutti che anche nelle situazioni più buie una presenza autentica può fare la differenza e riaprire alla speranza.
A queste parole è seguito un gesto semplice, ma intenso. Ogni persona è stata invitata ad abbracciare una persona che le era accanto. Un segno concreto di riconoscimento e umiltà, come a dire: “Riconosco che anche tu, vicino a me, porti difficoltà, problemi, mancanze e pesi, proprio come me. Ti accolgo così come sei.” Questo abbraccio non è stato solo un gesto fisico, ma un momento di comunione e di empatia, in cui ciascuno ha riconosciuto la propria fragilità e quella dell’altro, unendosi nel cammino della Via Crucis.
Nella stazione della caduta sotto il peso della croce, la riflessione ha condotto ancora più in profondità: Gesù non evita il peso della croce, non si sottrae alla debolezza. È un Dio che si fa fragile, che entra fino in fondo nella condizione umana. Non elimina la sofferenza, ma la attraversa e la trasforma. E nell’ultima stazione “Gesù muore, inchiodato alla croce” è risuonata una verità decisiva: proprio lì dove tutto sembra finire, può nascere la speranza. Le ferite non sono solo segni di dolore, possono diventare fori di luce.
LA CROCE DI CRISTO, NOSTRA UNICA SPERANZA
A illuminare il cammino è stata anche la riflessione dell’Arcivescovo, che ha invitato i giovani a fermarsi davanti al Crocifisso e a dirgli con semplicità: «Con Te niente è perduto. Con Te posso sempre sperare. Tu sei la mia speranza». Ha quindi ricordato i tanti “crocifissi” di oggi: le vittime della violenza e dell’ingiustizia, i poveri, gli scartati, i giovani feriti e disorientati. «Dalla croce Gesù abbraccia le nostre imperfezioni, – ha detto Mons. Angelo Spina – trasforma le nostre fragilità. Lasciamoci prendere dal Signore per mano, guardiamo il Crocifisso e andiamo avanti perché Gesù trasforma il dolore in amore, l’odio in perdono, la vendetta in misericordia. Reagiamo ai chiodi della vita con l’amore, ai colpi dell’odio con la carezza del perdono».
Come ultimo gesto, l’Arcivescovo ha quindi invitato i giovani e i fedeli presenti a scendere nella cripta dei Santi Patroni, per sostare in preghiera davanti alla stauroteca che custodisce un frammento della vera croce di Cristo. Croce che, secondo la tradizione, fu ritrovata a Gerusalemme nel 326 dall’imperatrice Elena, con il contributo di San Ciriaco, patrono dell’Arcidiocesi di Ancona-Osimo. Sono passati 1700 anni dal ritrovamento e quest’anno la diocesi è proprio chiamata a guardare la croce di Cristo, nostra unica speranza.
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